“L’Amore” di Mario Delitala (1926)

L'Amore di Mario Delitala 1924

Per caso in una casa al mare mi è apparso un quadro di un uomo e una donna che si guardano teneramente negli occhi. Sotto a destra la firma “mdelitala 926”.  Il quadro era la riproduzione dell’opera del pittore oranese Mario Delitala.

L’originale si trova nella sala del Consiglio Comunale di Nuoro

Nel 1923 l’Amministrazione Comunale di Nuoro decide di procedere alla decorazione e all’arredamento della Sala del Consiglio e della Sala Giunta, con la procedura del contratto a licitazione privata, specificando che tutto l’ambiente doveva essere in “stile sardo”.
Nel gennaio del 1924 viene prescelto dalla giuria il progetto di Mario Delitala che prevedeva quattro “pannelli” sulle porte antistanti il corridoio d’ingresso e una decorazione a tempera del soffitto e delle pareti, eseguita da Filippo Carossino su suo disegno. L’artista si accinge subito all’opera e a metà giugno terminò le lunette con L’Amore, La famiglia, La patria, La fede, datate dall’artista 1926 al completamento della decorazione della Sala.
Mario Delitala (Orani, 16 settembre 1887 – Sassari, 28 agosto 1990). Pittore, incisore, mosaicista, acquafortista di valore. Esiste un inventario esatto delle sue opere disperse fra collezioni pubbliche e private in ogni parte d’Italia.
Era figlio di Bardilio Delitala, medico condotto e di Adelaide Corti. È considerato come uno dei più grandi incisori italiani del Novecento. Dopo aver frequentato le scuole primarie nel suo paese natale, proseguì gli studi a Sassari dove ottenne il diploma di ragioniere. Per tre anni visse a Milano lavorando nel settore amministrativo della ditta Duchesne e nello stesso tempo frequentando il Corso Superiore di Disegno litografico. Nel 1911 ritorna ad Orani dove realizza due opere per il Municipio. Nel 1912 si trasferisce a Cagliari. Nel capoluogo della regione conosce altri artisti a lui contemporanei come Francesco Ciusa, Filippo Figari, Remo Branca. Nel 1915 fa parte dei soldati che allo scoppio del conflitto mondiale, partirono per i fronte. Nel dopoguerra si fermò a Venezia dove completò la sua formazione. Tornato in Sardegna nel 1922 diede avvio al periodo più fecondo della sua produzione dipingendo l’aula del Comune di Nuoro nel 1926, eseguendo gli affreschi nel Duomo di Lanusei tra il 1927 ed il 1931, lavorando a Sassari e in tante altre località isolane. Nel 1935 vinse il Premio della Regina, ex aequo con Stanis Dessy.
Morì nel 1990 all’età di 103 anni. Le sue spoglie riposano nel cimitero della sua Orani.

Scrive Maria Luisa Frongia nel blog “Le vie della Sardegna”: Ormai non pare dubbio che Mario Delitala, dopo recenti indagini, vada considerato una delle figure più rappresentative nel panorama dell’arte in Sardegna del secolo scorso. Questa posizione di primo piano è assicurata da diversi aspetti che contribuiscono a definire la sua figura e a darle una personalissima connotazione. Importante è la sua grande versatilità nell’operare artistico, sempre coadiuvata da lunghi studi e ricerche approfondite. È stato un grande pittore, attratto soprattutto da due soggetti che lo accompagneranno per tutta la vita: la sua Sardegna, che egli ha trovato ancora immersa nel prediletto paesaggio e nei luoghi incontaminati della Barbagia, e la figura umana, il ritratto, che ha costituito una delle sue note preferite.  Un altro aspetto importante del suo fare artistico è determinato dai lunghi soggiorni nella Penisola, i quali hanno contribuito in modo decisivo alla sua formazione: quello di Milano nel 1907-11, di Venezia nel 1920-23, di Urbino nel 1934-42, di Palermo nel 1949-61, oltre ad un breve soggiorno in Africa, a Bengasi, nel 1930-31.  È stato inoltre impegnato a lungo come decoratore di grandi edifici pubblici e privati: in particolare le opere eseguite a Nuoro per l’Aula Consiliare, e a Sassari per l’Aula Magna dell’Università e per quella del Liceo Azuni”.

Fonti:

La straordinaria arte pittorica di Mario Delitala: una galleria

http://www.leviedellasardegna.eu/mario_delitala.html

Ius soli

Io sono nella logica che non è la Terra che appartiene a noi, siamo noi che apparteniamo alla Terra. Quindi dove uno nasce è casa sua.
L’Italia geografica è da millenni luogo di migrazioni e di mescolanze. Non esiste una “razza italiana”. Non esiste nemmeno propriamente una “nazione” italiana. I popoli che abitano oggi la penisola italica e le isole racchiudono in sé i tratti di mille etnie, sono il risultato di millenni di traffici e conquiste. Il meticciato è la regola, da tempo immemorabile. Il che dovrebbe essere una ricchezza e un motivo di vanto.
Tanta acredine e tanta preoccupazione per una misura così banale e persino ovvia come l’approvazione dello ius soli, per giunta temperato e annacquato, sono decisamente fuori luogo.
Questa cosa non dovrebbe nemmeno essere motivo di dibattito.

Guardamoci intorno le razze umane si sono sempre mescolate: con le invasioni, con le guerre e con i fenomeni di immigrazione.
Noi abbiamo un problema di ordine pubblico e di compattibilità economico, non abbiamo un problema di principio generale. Chi nasce qui è a casa sua.

Parigi Insolita VIII: Il Parco Monceau

Questo parco è un tesoro nascosto tra i grandi Boulevards della città di primo novecento ma è da non perdere. Che si tratti di cosa preziosa lo testimoniano le grandi e solenni entrate in ferro battuto, subito dopo collinette e canali, ponticelli e finte rovine, statue e busti neoclassici, creano un ambiente romantico sul quale si affacciano le meravigliose dimore signorili tardo ottocentesche del quartiere.

Se siete a passeggio per gli Champs Elysee allora potete arrivare per ammirarlo, continuare giusto un po’ ed imboccare rue Monceau che vi porterà dritti dritti ad uno degli ingressi del parco.
Potete anche, se siete invece altrove, prendere la metro linea 2 ,scendere a Monceau e vi troverete il parco esattamente accanto.
Non è solo per passeggiare e riposarsi su di una panchina ma anche per chi, amante dello sport all’aria aperta vuole sfruttare il percorso del parco per fare jogging o utilizzare L’area per fare ginnastica o pattinare. Rilassante, romantico, circondato da eleganti edifici. Troverete varie sculture disseminate qua e là, una piramide egizia, un menhir druido, un carousel, una grotta artificiale con piccola cascata, un ponticello delizioso e un antico colonnato che si riflette nel lago. Ci sono piante anche rare, ciliegi e fiori colorati.

Lo stile del parco è quello anglo-cinese, molto diffuso nel Settecento: boschi, labirinti, sentieri, prati sono disseminati da copie di monumenti in rovina, statue in marmo, tombe e strutture architettoniche che, sebbene molto diverse tra loro, creano un insieme armonico.

All’interno del Parco Monceau possiamo ammirare un minareto, le false rovine di un castello gotico e di un tempio dedicato a Marte, un lago artificiale alimentato da due ruscelli e circondato da colonne corinzie, una pagoda cinese, una fattoria svizzera, un mulino olandese, un obelisco, il Pavillon de Chartres (un padiglione in stile neoclassico), una Naumachia (cioè, un bacino d’acqua che gli antichi romani costruivano per organizzare battaglie navali) e, nascosta tra la vegetazione, una Piramide. Si tratta di una costruzione in pietra con due figure egizie che incorniciano la porta e che sono il simbolo massonico dell’immortalità. Sul un lato della piramide c’è una piccola feritoia che sembra un passaggio segreto. Si crede, infatti, che la costruzione nasconda un locale sotterraneo.

Ci sono altri simboli massonici su questa piramide: le file di mattoni sono 39, 13 x 3, ovvero due numeri della simbologia massonica; intorno alla base ci sono due anfore in bassorilievo che, nel linguaggio massonico, sono un simbolo propiziatorio, mentre a metà altezza un altro bassorilievo raffigura un tempio con il tetto triangolare. La piramide vive nell’anonimato poiché non riporta alcuna indicazione sulla sua origine e sul suo simbolismo. Non troviamo targhe neanche nelle vicinanze che ne spieghino l’origine o ne rivelino l’autore.

In realtà, grazie alla storia, sappiamo che il parco fu commissionato nel 1769 da Philippe d’Orléans, Duca di Chartres, cugino del Re Luigi XVI e massone. Philippe d’Orleans, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia e creatore, nel 1774, della Loggia di St. Jean de Chartres à l’Orient de Monceau, affidò i lavori di costruzione del Parco a Louis Carrogis, detto Carmontelle, architetto, drammaturgo, paesaggista e organizzatore delle feste reali, anch’egli massone.

Probabilmente a lui si deve la costruzione della piramide, nel 1778. Voluta da Philippe d’Orléans, la piramide potrebbe conservare, insieme ad altri segreti, la simbologia del primo disegno atlantico della Libera Muratoria, un’associazione massonica a tutti gli effetti, con tutte le sue particolarità iniziatiche ed esoteriche.

Quando il duca d’Orléans fu giustiziato nel 1793, il giardino fu espropriato e passò a diversi proprietari fino a essere abbandonato. Solo grazie al piano di ristrutturazione urbanistica di Napoleone III, il parco riprese vita e fu inaugurato nel 1861.

Parco Monceau 35 Boulevard de Courcelles, 75008 Paris
Metro: Monceau

Olympe de Gouges e la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791)

La democrazia, lo Stato di diritto, gli Stati parlamentari, la libertà di critica e di espressione, di satira, non le ha mica portate “la cicognia”. Qualcuno ha lottato, ha combattuto, è morto o è stato imprigionato, ha cospirato, per far si’ che alcune società chiuse come erano quelle dell’Acien Régime, divenissero società aperte. Società, cioé dove in modo pluralistico fosse ammesso il dissenso, dove soprattutto gli esseri umani fossero riconosciuti cittadini con diritti e non più sudditi.

Olympe de Gouges fu una rivoluzionaria francese che scrisse nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, contestando ai rivoluzionari francesi maschi, che in realtà quell’Uomo e Cittadino della dichiarazione del 1789, non era Uomo del senso di genere umano, ma era prassi di nuove attribuzioni ai maschi di cittadini e non più di sudditi, mentre le donne rimanevano indietro – secondo lei- in questa rivendicazione di nuovi diritti. Olympe de Gouges fini’ poi ghigliottinata nel 1793 per mano dei terroristi giacobini. Le sue ultime parole furono: «Le donne avranno pur diritto di salire alla tribuna, se hanno quello di salire al patibolo».

olympe-de-gouges

 

Da decretare all’Assemblea nazionale nelle sue ultime sedute
o in quelle della prossima legislatura

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di essere costituite in Assemblea nazionale.

Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna, sono le uniche cause di malessere pubblico e della corruzione dei governi, esse hanno deciso di esporre in una dichiarazione solenne, i diritti naturali inalienabili e sacri della donna, di modo che tale dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri della società, ricordi continuamente ad essi i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere comparati in ogni momento con le finalità di qualsiasi istituzione politica, ne escano maggiormente rispettati, affinché le rivendicazioni dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, siano sempre orientate verso il mantenimento della costituzione, della morale e del benessere di tutti.

Di conseguenza, il sesso superiore, per bellezza e anche per coraggio nelle sofferenze materne, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere supremo, i Diritti seguenti della Donna e della Cittadina.

Articolo 1
La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Articolo 2
Lo scopo di tutte le associazioni politiche è quello di conservare i diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

Articolo 3
Il principio di sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, che non è altro che l’unione della Donna e dell’Uomo : nessun corpo, nessun individuo, può esercitare l’autorità che non emani espressamente dalla Nazione.

Articolo 4
La libertà e la giustizia consistono nel rendere agli altri tutto ciò che a loro appartiene ; così, l’esercizio dei diritti naturali della donna non ha altri limiti che la perpetua tirannia che l’uomo le contrappone. Questi limiti devono essere riformati in base alle leggi della natura e della ragione.

Articolo 5
Le leggi della natura e della ragione proibiscono tutte le azioni nocive alla società; tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere vietato e nessuno può essere costretto a fare quello che non è da esse prescritto.

Articolo 6
La legge deve essere l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini e le cittadine devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione. La legge deve essere uguale per tutti: tutti i cittadini e tutte le cittadine essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammessi a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, in relazione alle loro capacità, e senza altre distinzioni se non quelle delle loro virtù e dei loro talenti.

Articolo 7
Nessuna donna fa eccezione. Ella sarà accusata, arrestata e detenuta nei casi previsti dalla legge. Le donne ubbidiscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

Articolo 8
La legge deve prevedere solo pene strettamente e evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata precedentemente al delitto e legalmente applicata alle donne.

Articolo 9
A qualsiasi donna dichiarata colpevole, si applica tutto il rigore previsto per legge.

Articolo 10
Nessuno deve essere perseguito per le sue opinioni, anche quelle fondamentali. La donna ha il diritto di salire sul patibolo; ella deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna, purché le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

Articolo 11
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei più preziosi diritti della donna, poiché questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni cittadina può dunque dire liberamente “sono la madre di un bambino che vi appartiene”, senza che un barbaro pregiudizio la obblighi a nascondere la verità; salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi stabiliti dalla legge.

Articolo 12
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina necessita una maggiore utilità ; questa garanzia deve essere istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di quelle a cui essa è affidata.

Articolo 13
Per il mantenimento della forza pubblica e per le spese dell’amministrazione, i contributi versati dalla donna e dall’uomo sono uguali; la donna partecipa a tutti i compiti, a tutti i lavori ingrati; deve dunque avere la stessa parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, degli incarichi, delle dignità e dell’industria.

Articolo 14
Le cittadine e i cittadini hanno loro stessi, o i loro rappresentanti, il dovere di constatare la necessità della contribuzione pubblica. Le cittadine non possono aderirvi se non qualora si ammetta una uguale ripartizione, non soltanto del patrimonio, ma anche dell’amministrazione pubblica e hanno il diritto di determinare l’aliquota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell’imposta.

Articolo 15
La massa delle donne, coalizzate per la contribuzione fiscale a quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione a qualsiasi agente pubblico.

Articolo 16
Una società, nella quale non viene assicurata la garanzia dei diritti, né determinata la separazione dei poteri, non ha di fatto una costituzione. La costituzione è nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha cooperato alla sua redazione.

Articolo 17
Le proprietà sono di tutti i sessi riuniti o separati. Tutti hanno un diritto inviolabile e sacro alla proprietà. Nessuno ne può essere privato in quanto patrimonio vero della Natura, a meno che non lo esiga in maniera evidente la necessità pubblica, accertata legalmente, e a condizione di un giusto e preventivo indennizzo.

 

Il mese di marzo in sardo

MARTU in sardo è il mese di ‘Marzo’, corrotto in Martzu per voga italianistica. Questo è nome mediterraneo, comune agli antichi Sardi ed anche ai Latini, che in un secondo tempo conquistarono l’isola.
Nell’indagine etimologica dobbiamo fare attenzione ad ogni aspetto contraddittorio nelle nomenclature. Ad esempio, è contraddittorio, prima che eccessivo, che gli antichi Sardi (e pure gli antichi Romani) intestassero al dio latino Marte sia il Martedì sia il mese di Marzo. E’ ovvio che tale nome-doppione è una paronomasia, ossia è un comodo adagiarsi su fono-semantemi seriori, dopo che si era perduto l’arcaico significato dei nomi dell’uso millenario. Per i Sardi questo doppione è doppiamente sospetto, perché in Sardegna si parlava lingua semitica ed era praticamente impossibile che, prima dell’invasione romana, preesistessero addirittura due nomi calendariali intestati a un dio del Nemico. Occorre pertanto raddrizzare il vero significato sia dell’attuale Martedì sia dell’attuale Marzo. In sardo per Martedì abbiamo MARTI, con le varianti fonetiche note. Base etimologica è l’accadico m?rtu ‘figlia’. Con tutta evidenza, quas’indica un pianeta che oggi non riusciamo facilmente a inquadrare (penso però al pianeta Venere il quale, abbinandosi sempre al sorgere e al tramonto del Dio Sole, evidentemente fu sempre considerato come la Figlia del Sole, né più né meno come avvenne nella religione greca e romana: Venus figlia di Zeus-Giove). I Romani non avevano la parola m?rtu (figlia) ma avevano la parola M?rs (Marte), la quale si basa sul sum. ma? ‘alto, eccelso, importante’ + akk. r?šû ‘ricco, benestante’, la cui unione ma?r?šû portò nei secoli alla semplificazione romana M?rs. Questo fu il nome che i Romani diedero al dio della guerra. Infatti va notato un fatto non marginale, che nell’alta antichità erano adatti alla guerra soltanto i giovani di famiglia ricca (r?šû), capaci non soltanto d’acquistare il cavallo ed i costosi strumenti bellici (all’origine della siderurgia, una spada di ferro costò molto più di una spada aurea di pari peso), ma di dedicarsi quotidianamente ad estenuanti esercizi che li rendevano idonei alla battaglia. Quindi sembra ovvio che il dio romano della guerra abbia avuto un nome primitivo così azzeccato: ‘grande e ricco, forte e ricco’. Anche il nome mediterraneo MARTU ‘Marzo’ fu interpretato dai Romani come riferito al dio Mars, Martis, e Martius fu l’aggettivale che a un certo punto prevalse. In realtà, così come succedeva per gli altri mesi, anche questo era stato legato, com’era solito nei tempi preromani, ai momenti cruciali che segnano le tappe annuali della sopravvivenza. Il mese aveva il nome dall’accadico marû ‘ingrassare (con le nuove erbe di fine inverno)’, da cui m?r?tu ‘tecnica d’ingrasso’.

di Salvatore Dedola (Linguista e glottologo)

Humanité humanitaire/Umanità umanitaria

Il 10 febbraio Cédric Herrou è stato condannato dal tribunale di Nizza a una multa di tremila euro con la condizionale per aver aiutato alcuni profughi a passare il confine tra Italia e Francia. È stato assolto da altri capi d’accusa tra cui aver ospitato i profughi in centri inidonei e aver favorito la circolazione di migranti irregolari, reati per i quali rischiava fino a otto ani di carcere.

Per alcuni è un eroe, per altri un delinquente. Ma per tutti, Cédric Herrou è ormai un simbolo dell’aiuto ai migranti nella valle della Roia, una enclave montana stretta tra l’Italia e la Francia

Cédric Herrou è nato a Nizza ed è cresciuto nel quartiere popolare dell’Ariane. “Andavo a scuola insieme ad arabi e neri”, ricorda. “Ho imparato a non fare caso al colore delle persone”. A casa lui e il fratello condividevano “i giocattoli, la tavola, la casa e i genitori con quindici bambini abbandonati (dati in affidamento dai servizi sociali)”, ha scritto sua madre in una lettera al procuratore. In questa famiglia accogliente il padre, rappresentante di prodotti per la pulizia, lavorava per “mandare avanti la baracca” e andare “in vacanza una volta all’anno”.

Dopo aver ottenuto un diploma da perito meccanico, Herrou è partito per sei mesi all’avventura, viaggiando dalla Spagna al Senegal. Il rientro in Francia è stato difficile. Gli screzi con il fratello e i genitori si moltiplicavano. Herrou ha dormito in macchina per mesi, per poi comprarsi “un pezzo di terra abbandonato e una casa in rovina” a Breil-sur-Roya. Non ha più lasciato quella valle. “Era il mio sogno fin da bambino: una capanna, un albero, degli animali. Qui ho trovato degli amici e uno stile di vita”.

Il ragazzo di città si è adattato subito all’archetipo del contadino anticonformista. Si è messo a produrre olio, paté di olive e uova, guadagnando seicento euro al mese. Ha ampliato la casa, si è dedicato all’arrampicata e ha adottato il look berretto, maglione e scarpe da montagna che non ha più abbandonato, neanche davanti ai giudici.

cedric-herrou

Quasi 180.000 migranti sono arrivati sulle coste italiane nel 2016, un anno record. Una parte di loro, per lo più sudanesi, eritrei e afgani sono arrivati a Ventimiglia per cercare di andare in Francia. Amnesty Internation Francia ha denunciato il rinvio quasi sistematico verso l’Italia di questi migranti arrivati nel sud-est della Francia senza esame della loro situazione, contrariamente a quanto previsto dalla legge.

“Dal momento in cui la dignità di un essere umano, chiunque esso sia, con permesso o senza permesso (di soggiorno) non ha importanza, dal momento che una persona è in una situazione di pericolo di vita o di dignità umana, la legittimità è quella di stare vicino a questa persona e non esiste legge che può essere sopra di questo “.

Près de 180.000 migrants sont arrivés sur les côtes italiennes en 2016, une année record. Une partie d’entre eux, majoritairement soudanais, érythréens et afghans, monte à Vintimille pour tenter de passer en France.
Amnesty International France a dénoncé le renvoi quasi-systématique vers l’Italie de ces migrants arrivés dans le sud-est de la France, sans examen de leur situation, contrairement à ce qui est prévu par la loi.

“à partir du moment où la dignité d’un être humain quoique qu’il soit, papier un sans papier n’a pas d’importance, à partir du moment une personne se trouve dans une situation de mettre en danger soit sa vie, soit sa dignité humain, la légitimité est d’être à coté de cette personne et il n’y a aucune loi qui peut être au dessus de ça”.

Fonti:

http://www.internazionale.it/notizie/mathilde-frenois/2017/02/10/cedric-herrou

http://www.huffingtonpost.fr/2017/02/09/a-paris-les-delinquants-solidaires-se-mobilisent/

http://videos.leparisien.fr/video/des-delinquants-solidaires-rassembles-a-paris-09-02-2017-x5b6aav#xtref=https%3A%2F%2Fwww.google.fr%2F

Il mese di febbraio in sardo

FREBÁRI, Fervári, Frevári è cognome sardo medievale già annotato nel Medioevo tramite il CSNT passim; CSP 141,142,205,225,279; Mi rendo conto che tale nome personale è basato a sua volta sull’arcaico nome del mese di Febbraio, detto a Roma Februarius e in Sardegna Frevárju, Friarzu, Breárju, etc. La base etimologica è la stessa per il latino e il sardo (bre-, febr-), poiché la parola è mediterranea, dall’akk. berû ‘essere affamato, affetto da carestia’ (di animali, campi) + agg. mediterraneo di agente -árju. Come si vede, questo mese nel Mediterraneo era chiamato in tale modo perché quelli erano e sono i “giorni della merla” (da sum. mir-la ‘venti freddi da nord apportatori di tempesta’), ossia i giorni delle grandi gelate o brinate, che bloccano o fanno morire l’attività vitale delle erbe. Non a caso Frevárju è il mese nel quale arrivano al culmine le attività di Carrasegàre, ossia Carnevale, riti magici e preghiere invocanti il Dio della Natura ed imploranti la sua resurrezione.

di Salvatore Dedola (glottologo)

fonte: https://www.facebook.com/salvatore.dedola