Il rito dell’incubazione nella Sardegna nuragica

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Pare certo che nella Sardegna nuragica si praticasse il rito dell’incubazione.
Una ritualità consistente nel dormire presso un luogo sacro, in attesa di sogni rivelatori.
Una pratica religiosa strettamente connessa col culto degli antenati.
Del rito dell’incubazione in Sardegna ne parla per primo Aristotele, commentando l’usanza dei Sardi di “dormire presso gli eroi”.
Vi propongo qui un articolo scritto da Dolores Turchi* apparso sulla rivista “Sardegna Mediterranea”.

“L’incubazione a scopo terapeutico era assai praticata in Sardegna, a giudicare dai passi che si trovano nelle opere di alcuni scrittori classici e dai retaggi che di questa pratica sono giunti in varie maniere fino ai nostri giorni. Alcuni studiosi ne hanno scritto più o meno diffusamente (A. Della Marmora, E. Pais, R . Pettazoni, M.Pittau ), affrontando l’argomento da diversi punti di vista, a seconda delle proprie convinzioni, ma non si sono fermati ad esaminare le tradizioni che con quel lontano rito potrebbero avere delle connessioni. Attraverso alcune consuetudini ancora vigenti o venute meno nel nostro secolo, è possibile risalire almeno in parte all’incubazione sarda e alle modalità con cui veniva praticata. Le vecchie credenze non scompaiono facilmente specie se son ben radicate nell’animo popolare; se mancano le condizioni primarie donde sono scaturite, si modificano e si adattano alle nuove situazioni, ma non si cancellano, anche se cambia la religione o l’assetto sociale. Questo si può notare per tante pratiche pagane che in modo sotterraneo, coperte da una leggera patina di cristianesimo, continuano oggi a sopravvivere. Nonostante i tempi moderni e le nuove terapie fondate su basi scientifiche, chi non trova alcun rimedio ai propri mali si abbandona alla ricerca delle antiche cure, spinto da quell’esile filo di speranza che è l’ultimo a morire. Per quanto riguarda la Sardegna, il primo a parlare di incubazione fu Aristotele il quale scrisse che “in quest’isola vi erano degli eroi presso le cui tombe andavano a dormire coloro che volevano liberarsi dagli incubi”. La notizia viene ripresa da Tertulliano con queste parole:” Aristotele scrive che un certo eroe della Sardegna liberava dalle visioni coloro che andavano a dormire nel suo tempio “Ovviamente le visioni di cui bisognava liberarsi erano le allucinazioni, le ossessioni, le manie, ma anche la possessione da spiriti maligni e le convulsioni epilettiche, ovvero i disturbi del sistema nervoso e i gravi traumi psichici. Esistono altri passi significativi, anche se frammentari, di scrittori che nel commentare le opere di Aristotele, aggiungono alcuni particolari a queste notizie in modo da completare l’informazione, segni che ai loro tempi ancora si parlava del modo in cui l incubazione avveniva in Sardegna. Il filosofo Filipono, nel VI secolo d.c. scriveva: “Alcuni scrittori hanno tramandato che certe persone afflite da infermità se ne andavano lontano, presso (le tombe) degli eroi in Sardegna e si curavano; costoro quindi giacevano così per dormire per una durata di cinque giorni, dopodiché svegliandosi ritenevano che il momento (in cui si destavano) fosse lo stesso in cui si erano adagiati accanto agli eroi “. Mentre Semplicio, contemporaneo di Filopono, nel commentare lo stesso passo di Aristotele, aggiunge un’alta importante particolare: “Sino ai tempi di Aristotele raccontavano che dei nove fanciulli nati ad Eracle dalle figlie di Tespio il Tespiese, le salme rimanessero incorrotte ed integre e presentassero le sembianze di dormienti. Questi pertanto sono gli eroi (venerati) in Sardegna“. Da questo passo appare chiaro che le salme erano imbalsamate; ma perché tali eroi restassero integri e incorrotti dovevano non solo trovarsi entro templi, notizia già fornitaci da Tettuliano, ma essere anche custodito. Vari studiosi hanno ipotizzato che questi eroi fossero deposti nelle tombe di giganti e che l’incubazione avvenisse nell’esedra di queste. A un’attenta riflessione sorgono però delle difficoltà di ordine praticato che urtano tale ipotesi. Se gli eroi fossero stati sistemati all’interno delle tombe di gigante, ben difficilmente si sarebbero potuti vedere come “dormiente” e osservare l’integrità dei loro corpi, data l’oscurità e la difficoltà a penetrarvi. Inoltre coloro che andavano a incubarsi sarebbero dovuti restare all’aperto, nell’esedra, come alcuni sostengono, e ciò avrebbe comportato difficoltà ancor più grosse a causa del sonno che durava cinque giorni. La durata non sorprende visto che anche oggi certi disturbi mentali si curano col sonno. Riesce però difficile credere che un sonno talmente lungo potesse farsi all’aperto, senza essere molestati da animali nocivi (cinghiali, avvoltoi, insetti velenosi) o da vicissitudini atmosferiche che, più che risanare, avrebbero, avrebbero procurato danno al fisico dell’incubato. Pertanto, l’esedra della tomba di gigante, ove certamente si svolgevano i riti funebri collettivi per la commemorazione dei defunti, risulta del tutto inadeguata per una terapia incubatoria. Pare più logico supporre che il luogo più idoneo per un simile rito fosse il nuraghe. Aggiungiamo inoltre che la tomba di gigante è una tomba collettiva ( in qualcuna si sono trovati fino a sessanta scheletri), situata quasi sempre vicinissima al nuraghe e quasi certamente destinata alla sepoltura della classe egemone del villaggio oppure ai discendenti del capo tribù che invece riposava entro il nuraghe-mausoleo. In questo caso pare più verosimile l’incubazione , favorita dalla penombra del monumento in cui erano esposte le spoglie , ben visibili, dalle eroe imbalsamato che pareva dormiente. Il luogo ben si presentava ad un sonno di parecchi giorni. Tale sonno richiedeva sicuramente l’assunzione di particolari sostanze soporifere in cui si è perduto il sapere nel corso dei secoli. Simili conoscenze della farmacopea non dovevano comunque essere di tutti. I nuraghi dove si praticava l’incubazione erano con tutta probabilità custoditi da quei sacerdoti e sacerdotesse che ci mostrano i bronzetti le cui conoscenze dovevano essere di tipo sciamanico, a giudicare dai sistemi terapeutici eoracolari in rapporto con mondo dei defunti. Costoro, oltreché essere i depositari di un antico sapere, erano anche gli intermediari tra il mondo dei vivi e quello dei morti, sia per quanto riguardava le guarigioni che per la divinazione. Per ottenere un sonno prolungato, quasi comatoso, si servivano probabilmente dell’essenza di alcune piante nepentacee e di alcuni fungi fimicoli che in Sardegna si trovano facilmente. Naturalmente tale sonno , abbinato al digiuno prolungato, potava una forte debilitazione dell’organismo. Al paziente in stato di incoscienza, ai primi sintomi di risveglio, bastava far assumere ulteriori dosi di certe sostanze perché ripiombasse nel sonno o in uno stato di trance. E’ molto verosimile che gli incubati fossero controllati da esperti che si servivano anche di sistemi ipnotici per portare all’annullamento della persona attraverso la regressione fino alla nascita , per poi ricostruire l’identità dell’individuo eliminando paure ed ossessioni. Questa pratica, usata oggi dal alcuni psichiatri, era ed è utilizzata da molti sciamani. Solino ci parla di alcune donne con doppia pupilla, che esistevano in Sardegna:” nella Scizia vi nascono donne che sono chiamate bithiae; queste hanno negli occhi pupille doppie e annientano collo sguardo chi per avventura guardassero irate. Queste si trovano anche in Sardegna”. Potevano essere queste le sacerdotesse che praticavano l’ipnosi come cura. La doppia pupilla sarebbe il ricordo trasfigurato dello sguardo intenso, ipnotico cui ricorrevano per certe terapie, quasi annientando il paziente sotto il loro potere e obbligandolo a chiudere gli occhi e a rilassarsi per poter regredire nel tempo, magari solo fino al momento in cui era incorso nel trauma . E’ importante che Solino c’informi dell’esistenza di queste donne anche nella Scizia, terre dove sciamanesimo era assai praticato. Pare opportuno a questo punto riferire le esatte parole di Aristotele quando accenna all’incubazione in Sardegna, perché la pratica di cui si è parlato pare di poterla intuire dal suo passo L’esistenza del tempo non è neppure possibile senza quella del cambiamento; quando infatti noi non cambiamo niente entro il nostro animo o non avvertiamo di cambiare, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto: la stessa sensazione dovrebbero provare quegli uomini addormentati in Sardegna , secondo la leggenda, accanto agli eroi, qualora si destassero: essi infatti accosterebbero l’istante in cui si assopirono con l’istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso”. Tertulliano, riferendosi al rituale sardo di cui parla Aristotele, lo definisce opera dei demoni. E’ possibile che egli fosse a conoscenza di come in Sardegna si svolgeva il rito incubatorio, probabilmente ancora in uso ai suoi tempi. I sistemi curativi dovevano essere diversi, a secondo della malattia accusata. In alcuni paesi della Sardegna esistono ancora certe donne dette deinas, che fanno la cosiddetta “medicina dello spavento” a chi, colpito da un forte shock, è oppresso da incubi e ossessioni. C’è chi recita sottovoce formule misteriose e traccia croci su un bicchiere colmo d’acqua che il paziente deve bere per metà e gettare il resto dietro le sue spalle, senza voltarsi. L’acqua bevuta potrebbe essere il lontano ricordo delle pozioni soporifere che si facevano bere per indurre al sonno. Gettare il resto dell’acqua dietro le proprie spalle può essere un gesto simbolico, lustrale, perché il male sia lasciato alle spalle del malato, senza che questo si volti indietro, per non vederlo e ricordarlo. In realtà la guaritrice si basa sul potere suggestivo che può avere sul paziente, ma la sua gestualità dovrebbe trarre origine dall’antica terapia che si svolgeva presso la salma dell’eroe guaritore. Sullo stesso principio si basa anche un’altra terapia, con un rituale molto più evidente ,quasi sconcertante: in alcuni paesi della Planargia, specie a Sindia, la vecchia guaritrice, richiesta di fare la “medicina dello spavento”, dichiara di non poter intervenire se nel paese non muore qualcuno, lasciando intendere che ci deve essere un defunto che deve portarsi via il male di cui si chiede di essere liberati. La stessa pratica veniva effettuata anche a Macomer. Nei casi di epilessia, considerata dagli antichi morbo sacro, la terapia che si usava nella zona del Barigadu fino agli anni 50-60, contemplava un vero e proprio contatto tra il vivo e il morto. A Samugheo, chi soffriva di questo male veniva introdotto nella stanza dove si trovava il defunto e, fatti uscire tutti i presenti, la guaritrice, dopo aver recitato le sue preghiere, poneva il paziente a contatto con la salma che si sarebbe portata via il male. In definitiva si tratta di un transfert dal corpo del vivo a quello del morto. Diverso doveva essere il sonno a scopo oracolare. In questi casi si andava a dormire presso le tombe non per essere privati da visioni ossessive, ma per ottener visioni a scopo terapeutico e divinatorio, che poi le sacerdotesse avrebbero interpretato. E’ da supporre che in questi casi il sonno non dovesse essere prolungato. Alla tradizione dell’incubazione sembra collegarsi la pratica di dormire entro certi santuari durante alcune feste, pratica che è durata fino a due scoli orsono. Abbiamo testimonianze storiche in tal senso. Scriveva, nel XVI secolo, Sigismondo Arquer: “Quando i contadini celebrano la festa di qualche santo, dopo aver udito la messa nel suo tempio, per tutto il resto della giornata e della notte ballano entro il tempio, cantano canzoni profane uomini e donne intrecciano danze circolari, uccidono porci, arieti e armenti e con grande letizia si cibano di quelle carni in onore del santo. A Orgosolo, a Mammoiada e in tanti altri paesi della Barbagia, per liberarsi dallo shock causato da grossi spaventi (credere di aver visto lo spirito di qualche defunto, specialmente se morto di morte violenta mortu male ) si andava a rotolarsi per tre volte davanti al cimitero del paese, oppure davanti a tre chiese. La pratica riporta ancora una volta al ricordo dell’antica incubazione presso la tomba dell’antenato. Non è escluso che il rito in tempi lontani prevedesse la visita a tre nuraghi vicini, oppure un triplice giro, in segno di venerazione , intorno alla salma dell’eroe, come ancora si fa intorno al fuoco di Sant’Antonio. La tradizione popolare afferma inoltre che i nuraghi sono posti a gruppi di tre e che da uno se ne devono vedere altri due (sa tripide). Questo oggi non è possibile ovunque a causa delle distruzioni che vi sono state. Ovviamente i giri si saranno eseguiti per consuetudine, perché così si era sempre fatto, senza avere più coscienza degli antichi rituali da cui derivavano. E’ appena il caso di ricordare che ancora oggi intorno ai santuari campestri, durante la festa del santo. Una determinata classe sacerdotale, sempre presente, doveva risiedere assai vicina al nuraghe mausoleo, che sicuramente era il luogo oracolare per eccellenza, oltreché luogo di iniziazione per i futuri sacerdoti sciamani. Si notano infatti intorno ai nuraghi più imponenti resti di capanne ove presumibilmente i sacerdoti avevano gli alloggi. Chi dava i responsi doveva essere la sacerdotessa, come in genere avveniva in tutte le antiche civiltà. Simplicio aggiunge infatti, nei Commentatari agli otto libri di Aristotele, che “i luoghi dove erano deposti e conservati i cadaveri dei nove eroi che Ercole ebbe dalle Tespiesi e che vennero in Sardegna con la colonia di Iolao, diventarono oracoli famosi”. Da ciò si può dedurre che il nuraghe, sorto inizialmente come mausoleo in cui si venerava l’eroe divinizzato, divenne anche tempio oracolare. D’altronde incubazione e divinazione erano strettamente legate, giacche i responsi, come pure le guarigioni, si credeva fossero dati dagli spiriti dell’oltretomba. Probabilmente vi erano periodi diversi stabiliti per le differenze richieste. Non è improbabile che questi periodi coincidessero d’inverno, quando il sole indebolito comincia a rinascere, e col solstizio d’estate. La festa di San Giovanni, è infatti caratterizzata dai pronostici, dalla raccolta delle erbe medicamentose, dal bagno purificatore nei fiumi, che corrisponderebbe alle antiche lustrazioni prima di essere ammessi alla presenza dell’oracolo, dai fuochi nei quali si bruciavano gli animali offerti in sacrificio.
La pratica dell’incubazione deve essersi protratta a lungo, quasi certamente fino all’avvento del cristianesimo, anche se questo non riuscì se non molto tardi, a sradicare dagli animi ancora profondamente pagani l’usanza di andare a dormire presso il nuraghe o nelle capanne annesse. E’ da presumere che a quei tempi il mausoleo non contenesse più in bella mostra la salma dell’eroe. Con la nuova religione si ebbero trasformazioni profonde. Dal nuraghe destinato al culto dell’antenato e agli oracoli, ed ai templi a megaron destinati al culto delle altre divinità, si passò al tempio cristiano, dove continuò ancora per secoli la consuetudine di dormire entro la chiesa dedicata al santo patrono, destinato a sostituire il culto dell’eroe traditore. Dormire entro le chiese, ripetutamente vietato dai sinodi sardi, sembra essere l’ultimo retaggio di un costume precristiano protattosi nel tempo anche quando se ne era smarrito il significato originario. In Corsica si costuma ancora portare coloro che sono afflitti da turbe psichiche nel santuario di San Martino, a Grossa, presso Sartene, l’8 settembre e lì farli dormire per una notte. Anche il dormire nelle cumbessias delle chiese campestri richiama alla mente l’antico rito incubatorio che evidentemente andava praticato in luoghi chiusi, adiacenti al tempio. Le casette che ancora circondano alcuni santuari campestri, oltreché cumbessias sono chiamate anche muristenes, termine certamente molto più antico, che ricorda non solo la divinazione, ma anche e soprattutto la guarigione dagli incubi. Esistono anche alcuni nuraghi che portano questo nome (Dorgali, Sagama, ecc.). La pratica di dormire presso la tomba dell’antenato era abbastanza comune anche nell’Africa Settentrionale. Erodoto la ricorda per i Nasamoni, in Libia: “….esercitano la divinazione recandosi presso le tombe degli antenati e, dopo aver pregato, vi si addormentano sopra e si conformano alla visione avuta in sogno” . Sia la pratica dell’incubazione sia quella oracolare sono entrambi riconducibili al culto dell’antenato, il cui riflesso si può constatare ancora oggi nel perpetuare il nome degli avi attraverso la prole, nella cena dei morti, nel pane e nella carne che si offrono in suffragio dell’anima del defunto durante gli anniversari. Certe usanze che riteniamo semplici superstizioni, alle quali non sappiamo dare una motivazione logica, molto probabilmente sono da ricercare in questa direzione. Un’altra notizia che può gettare luce sulla destinazione dei nuraghi riguarda il loro orientamento. E’ noto a tutti che la loro apertura è quasi sempre rivolta a sud o sud-est, cioè verso il sole, come le tombe megalitiche degli altri popoli. Si è sempre pensato che tale orientamento avesse un carattere religioso: l’auspicio che l’anima del defunto potesse rinascere come rinasce il sole. Il concetto di morte e rinascita, attraverso l’osservazione della natura, era d’altronde molto sentito nelle antiche civiltà agrarie, a cominciare da quella egiziana fino a quella sumerica, che su questo principio fondarono il culto del dio che ogni anno muore e rinasce. Ma oltre a questa concezione religiosa è probabile che l’orientamento dell’ingresso ai nuraghi fosse suggerito anche da una osservazione di ordine pratico. Ancora oggi i vecchi pastori che sono vissuti a contatto diretto con la natura e ne conoscono i segreti, affermano che se un uomo o una bestia muoiono” conca a sole, ossia col capo rivolto verso sud o sud-est, non vengono toccati né da animali né da insetti, anche se il rinvenimento avviene dopo parecchi giorni. Se però la posizione in cui l’uomo o la bestia muoiono non è” conca a sole”, il corpo sarà preda di rapaci e verrà presto ricoperto da mosconi, formiche e insetti di vario genere. Questa informazione, che oggi i giovani pastori hanno quasi ovunque dimenticato, sicuramente era ben nota all’uomo cacciatore e allevatore del neolitico e della protostoria, essendo il frutto dell’osservazione continua della natura con la quale si viveva a contatto, e pertanto l’orientamento del cadavere era molto importante per la sua integrità. Se questo concetto lo trasferiamo alle tombe, si capisce che anche l’orientamento di questi edifici non poteva che essere rivolto verso il sole. Pertanto è da presumere che il corpo imbalsamato dell’eroe che giaceva entro il nuraghe, con tutta probabilità fosse esposto al centro della camera funeraria, col capo rivolto verso l’entrata al monumento. Anche le chiese paleocristiane, come pure gli antichi cimiteri, seguivano questa direzione, che era poi la stessa verso cui era orientata la facciata dei templi greci e romani. Dal IV secolo in poi nelle chiese cristiane si rivolse verso l’est non più la facciata, ma l’abside. Come avviene in tutte le religioni, quando la fama delle guarigioni si espande e la gente accorre in gran numero, si presenta la necessità di ampliare il luogo, facendolo diventare un tempio vero e proprio. Così dovette accadere dei nuraghi, molti dei quali furono ampliati a seconda delle necessità, prevedendo anche alcune nicchie all’interno, forse per la sepoltura di qualche familiare o dei membri più alti della classe sacerdotale. Pratica che continuò attraverso il tempo, se anche le chiese cristiane contengono al loro interno le urne degli uomini illustri. Questo ampliamento dal nuraghe tomba al nuraghe tempio risulta molto chiaramente da un passo del Solino: “Gli Iolesi, da lui così chiamati (da Iolao), aggiunsero un tempio al suo sepolcro, poiché …aveva liberato la Sardegna da tanti mali”. Evidentemente la tomba di Iolao era divenuta da subito luogo di venerazione, e l’eroe divinizzato era diventato anche eroe guaritore. Da lui partiva la pratica incubatoria e a lui con tutta probabilità alludeva Tertulliano nell’accennare a un eroe in particolare che liberava dagli incubi e dalle ossessioni (incubatores fani sui visionibus privantem). Se inizialmente l’incubazione avveniva entro il tempio, è da supporre che in tempi successivi si siano seguite regole più severe: con tutta probabilità il malato veniva solo ammesso alla presenza dell’eroe che sicuramente doveva toccare e girargli intorno per tre volte, in segno di venerazione, mentre l’incubazione doveva avvenire in altri locali annessi al tempio, essendo questo ormai divenuto anche luogo oracolare. Il nuraghe Losa non conserva solo il nome di tomba (nome spagnolo, certamente tradotto più volte da altri nomi che dovevano avere lo stesso significato), ma tutto il complesso sembra rispondere a questa esigenza. Molte pratiche, sia terapeutiche che oracolari, dovevano essere simili a quelle del mondo cretese-miceneo, come lo erano pure certe tradizioni, compreso il ballo tondo e s’attittu,oltreché l’architettura dei templi a megaron, che numerosi vengono alla luce in varie parti dell’isola (per il culto degli dei celesti, diverso da quello ctonio), come pure i templi a pozzo per il culto delle acque e la tholos dei nuraghi, assai simile al più noto mausoleo di Micene: la tomba di Agamennone o tesoro di Atreo. E’ probabile che in tempi assai lontani siano approdate nell’isola popolazioni orientali alle quali si aggiunsero successivamente genti micenee, molto prima che i Fenic8i vi stabilissero le loro colonie. Quando dai nuraghi scomparvero le salme con i loro trofei, forse interrate in altri luoghi per tema di profanazione, la frequentazione della tomba-tempio dovette continuare ancora per secoli, se la nuova religione sentì l’esigenza di cristianizzare i nuraghi dando loro nomi di santi (M.Pittau ne conta 280 dedicati a santi e 14 chiamati cresia ). Ove non fu possibile sovrapporre l’edificio cristiano al vecchio nuraghe lo si costruì molto vicino. Una strategia che fu frequentemente adottata verso i templi dei vari popoli. Ci resta la lettera che il papa Gregorio Magno scrisse, all’alba del settimo secolo, ai suoi missionari inviati a evangelizzare la Britannia, nello stesso periodo in cui veniva evangelizzata la Sardegna:”Non i templi si distruggano ma gli idoli che vi si trovano. Si aspergano i templi con acqua benedetta, si costruiscano altari e vi si pongano le reliquie, perché, se i templi sono ben costruiti, è necessario trasformarli dal culto dei demoni al culto del vero Dio, in modo che la gente, non vedendoli distrutti, abbandoni nel suo cuore l’errore e conoscendo e adorando il vero Dio, ancora più volentieri nei luoghi dove era solita andare”. Dobbiamo probabilmente a Gregorio Magno il fatto che i nuraghi non siano stati distrutti, anche se furono privati degli idoli che dovevano contenere. Molti nuraghi, comunque, hanno restituito diversi idoli anche in tempi recenti. Trattandosi di luoghi sacri, i nuraghi non furono distrutti né dai Cartaginesi né dai Romani. Non disturbavano le loro conquiste e non c’era ragione di menzionarli nei resoconti delle loro battaglie. Semmai se ne servirono per seppellirvi i loro morti illustri, visto che spesso il nuraghe è al centro di necropoli in cui si trovano anche tombe puniche e romane . Non dovrebbe meravigliare se nell’effettuare lo scavo di qualche nuraghe interamente ricoperto di terra vi si potesse trovare al suo interno anche qualche edicola punica introdotta durante la dominazione cartaginese, magari per rendere il massimo onore alla salma d’un capo. Che i nuraghi fossero tombe era d’altronde l’opinione più diffusa tra gli studiosi dei secoli scorsi. Ricordiamo fra i tanti il Madao, il Manno, il Peyron, il Mimaut, il Bresciani, il Petit-Radel, mentre per l’Angius erano edifici religiosi, come pure per i Della Marmora. A cancellare ogni traccia della destinazione dei nuraghi provvidero i fervorosi cristiani, avvolgendone la memoria nel totale silenzio. Sono rimasti però alcuni nomi che sono la spia della loro origine: alcuni di loro sono ancora denominati Sa tumba (Benetutti, Olbia, Orune, ecc. ), Nuraghe su Musuleu (San Nicolò Gerrei,) , Nuraghe Mortos (Ghilarza) , Nuraghe de is animas (Santadi), senza considerare i numerosi altri che portano il nome di altare o di cattedrale(Sa Sea). Il Nuraghe Adoni (Villanovatulo) riflette nel nome l’ideologia della morte e rinascita ; il Nuraghe Sonnu ( Paulilatino) sembra aver conservato nel suo nome la funzione a cui era adibito. Circa quaranta nuraghi sono ancora chiamati Sa “Omo”es’Orcu, ovvero la casa di Orcus, la massima divinità degli inferi nel mondo greco-miceneo, che i romani chiamavano Plutone. Alcuni portano ancora il nome della luna, Selene, l’antico nome greco, tradotto in periodo romano con quello di Diana. Il culto lunare doveva essere preponderante, essendo la luna la manifestazione centrale della religione ctonia che metteva in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Molto significativo è anche il nome del Nuraghe Mercurio. Tale nome è la chiara traduzione latina di Ermes, antico Dio del pantheon miceneo che alla qualifica di messaggero degli dei abbinava quella di accompagnatore delle ombre all’Oltretomba. Per questo veniva chiamato Psycochopompos (guida delle anime). Essendo mediatore tra i vari mondi: quello degli dei, degli uomini e dei morti, egli poteva passare con facilità da uno spazio all’altro, come affermano di fare gli sciamani. Pertanto, se il nuraghe era anticamente a lui dedicato, l’attività di questo dio ben riflette la funzione del monumento. Moltissimi nuraghi sono ancora denominati Sa Mura, rivelando attraverso quel nome la loro funzione oracolare. Sa mura, ovvero la Moira, detta anche Crateide(alcuni nuraghi sono denominati anche Cratula, Crastula, Grastula) era la dea che decretava il destino. La si consultava attraverso gli oracoli, che, quando non poterono più funzionare entro i nuraghi, si stabilirono nelle grotte, come lasciano intendere alcune leggende medioevali. E’ rimasta in Sardegna, fino alla prima metà di questo secolo, l’usanza di confezionare, la domenica delle palme, un particolare oggetto, intrecciato con striscioline di foglia di palma, lungo 3-4 cm, detto sa mura; lo intrecciavano gli uomini in chiesa, nel momento solenne in cui si cantava il “passio”, e lo donavano alle persone più care: alla sposa o alla madre, che lo appendeva al rosario, accanto al crocefisso, custodendolo con grande cura. Quelli fatti con più perizia erano simili ad un tronco di cono, o di piramide, ma in tutti l’intreccio ricordava nella forma un piccolo nuraghe o una torre. E’ difficile stabilire oggi se quell’oggetto, dal nome ambiguo, volesse designare la Moira come divinità aniconica, oppure nuraghe che era ritenuto la sua sede. Il suo nome potrebbe anche aver subito lo scambio tra la n e la m, non escludendo che in tempi lontani fosse chiamato nura per indicare il tempio ove la Moira tesseva la buona e la cattiva sorte. Per questo bisognava propiziarsela, sia che l’oggetto rappresentasse la divinità o il suo tempio. Da molti secoli la gente non né conosce più l’origine, ma tutti sanno che Sa Mura portava fortuna e allontanava i mali. Aveva nomi diversi, a seconda dei paesi, ma il più diffuso era Mura, che in alcuni centri, quando non se ne comprese più il significato, divenne murichessa (gelso). A ricordare l’antica Moira sono rimaste le leggende che fanno abitare in molti nuraghi una fata che tesse in un telaio d’oro, lontano e confuso ricordo di questa dea che intrecciava le trame della vita e tesseva il destino degli uomini. Non è da escludere però che i neoconvertiti al cristianesimo, nell’intrecciare in chiesa sa mura di palma, pensassero di tessere loro stessi la buona sorte, con l’aiuto del crocefisso cui veniva legata”.

*Dolores Turchi: nata ad Oliena  ex insegnante elementare, è una saggista e studiosa di tradizioni popolari. Ha scritto numerosi testi sugli aspetti più complessi della tradizione sarda. La biografia completa qui: http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2005/08/01/SL4PO_SL401.html?refresh_ce

Fonte : DoloresTurchi http://web.tiscali.it/progettosardegna/Sardegnamediterranea/incubazione.html

Foto:  Tomba dei Giganti S’Ena e Thomes (Dorgali) scattata da Caterina SolAng (2012)

 

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“L’Amore” di Mario Delitala (1926)

L'Amore di Mario Delitala 1924

Per caso in una casa al mare mi è apparso un quadro di un uomo e una donna che si guardano teneramente negli occhi. Sotto a destra la firma “mdelitala 926”.  Il quadro era la riproduzione dell’opera del pittore oranese Mario Delitala.

L’originale si trova nella sala del Consiglio Comunale di Nuoro

Nel 1923 l’Amministrazione Comunale di Nuoro decide di procedere alla decorazione e all’arredamento della Sala del Consiglio e della Sala Giunta, con la procedura del contratto a licitazione privata, specificando che tutto l’ambiente doveva essere in “stile sardo”.
Nel gennaio del 1924 viene prescelto dalla giuria il progetto di Mario Delitala che prevedeva quattro “pannelli” sulle porte antistanti il corridoio d’ingresso e una decorazione a tempera del soffitto e delle pareti, eseguita da Filippo Carossino su suo disegno. L’artista si accinge subito all’opera e a metà giugno terminò le lunette con L’Amore, La famiglia, La patria, La fede, datate dall’artista 1926 al completamento della decorazione della Sala.
Mario Delitala (Orani, 16 settembre 1887 – Sassari, 28 agosto 1990). Pittore, incisore, mosaicista, acquafortista di valore. Esiste un inventario esatto delle sue opere disperse fra collezioni pubbliche e private in ogni parte d’Italia.
Era figlio di Bardilio Delitala, medico condotto e di Adelaide Corti. È considerato come uno dei più grandi incisori italiani del Novecento. Dopo aver frequentato le scuole primarie nel suo paese natale, proseguì gli studi a Sassari dove ottenne il diploma di ragioniere. Per tre anni visse a Milano lavorando nel settore amministrativo della ditta Duchesne e nello stesso tempo frequentando il Corso Superiore di Disegno litografico. Nel 1911 ritorna ad Orani dove realizza due opere per il Municipio. Nel 1912 si trasferisce a Cagliari. Nel capoluogo della regione conosce altri artisti a lui contemporanei come Francesco Ciusa, Filippo Figari, Remo Branca. Nel 1915 fa parte dei soldati che allo scoppio del conflitto mondiale, partirono per i fronte. Nel dopoguerra si fermò a Venezia dove completò la sua formazione. Tornato in Sardegna nel 1922 diede avvio al periodo più fecondo della sua produzione dipingendo l’aula del Comune di Nuoro nel 1926, eseguendo gli affreschi nel Duomo di Lanusei tra il 1927 ed il 1931, lavorando a Sassari e in tante altre località isolane. Nel 1935 vinse il Premio della Regina, ex aequo con Stanis Dessy.
Morì nel 1990 all’età di 103 anni. Le sue spoglie riposano nel cimitero della sua Orani.

Scrive Maria Luisa Frongia nel blog “Le vie della Sardegna”: Ormai non pare dubbio che Mario Delitala, dopo recenti indagini, vada considerato una delle figure più rappresentative nel panorama dell’arte in Sardegna del secolo scorso. Questa posizione di primo piano è assicurata da diversi aspetti che contribuiscono a definire la sua figura e a darle una personalissima connotazione. Importante è la sua grande versatilità nell’operare artistico, sempre coadiuvata da lunghi studi e ricerche approfondite. È stato un grande pittore, attratto soprattutto da due soggetti che lo accompagneranno per tutta la vita: la sua Sardegna, che egli ha trovato ancora immersa nel prediletto paesaggio e nei luoghi incontaminati della Barbagia, e la figura umana, il ritratto, che ha costituito una delle sue note preferite.  Un altro aspetto importante del suo fare artistico è determinato dai lunghi soggiorni nella Penisola, i quali hanno contribuito in modo decisivo alla sua formazione: quello di Milano nel 1907-11, di Venezia nel 1920-23, di Urbino nel 1934-42, di Palermo nel 1949-61, oltre ad un breve soggiorno in Africa, a Bengasi, nel 1930-31.  È stato inoltre impegnato a lungo come decoratore di grandi edifici pubblici e privati: in particolare le opere eseguite a Nuoro per l’Aula Consiliare, e a Sassari per l’Aula Magna dell’Università e per quella del Liceo Azuni”.

Fonti:

La straordinaria arte pittorica di Mario Delitala: una galleria

http://www.leviedellasardegna.eu/mario_delitala.html

Ius soli

Io sono nella logica che non è la Terra che appartiene a noi, siamo noi che apparteniamo alla Terra. Quindi dove uno nasce è casa sua.
L’Italia geografica è da millenni luogo di migrazioni e di mescolanze. Non esiste una “razza italiana”. Non esiste nemmeno propriamente una “nazione” italiana. I popoli che abitano oggi la penisola italica e le isole racchiudono in sé i tratti di mille etnie, sono il risultato di millenni di traffici e conquiste. Il meticciato è la regola, da tempo immemorabile. Il che dovrebbe essere una ricchezza e un motivo di vanto.
Tanta acredine e tanta preoccupazione per una misura così banale e persino ovvia come l’approvazione dello ius soli, per giunta temperato e annacquato, sono decisamente fuori luogo.
Questa cosa non dovrebbe nemmeno essere motivo di dibattito.

Guardamoci intorno le razze umane si sono sempre mescolate: con le invasioni, con le guerre e con i fenomeni di immigrazione.
Noi abbiamo un problema di ordine pubblico e di compattibilità economico, non abbiamo un problema di principio generale. Chi nasce qui è a casa sua.

Parigi Insolita VIII: Il Parco Monceau

Questo parco è un tesoro nascosto tra i grandi Boulevards della città di primo novecento ma è da non perdere. Che si tratti di cosa preziosa lo testimoniano le grandi e solenni entrate in ferro battuto, subito dopo collinette e canali, ponticelli e finte rovine, statue e busti neoclassici, creano un ambiente romantico sul quale si affacciano le meravigliose dimore signorili tardo ottocentesche del quartiere.

Se siete a passeggio per gli Champs Elysee allora potete arrivare per ammirarlo, continuare giusto un po’ ed imboccare rue Monceau che vi porterà dritti dritti ad uno degli ingressi del parco.
Potete anche, se siete invece altrove, prendere la metro linea 2 ,scendere a Monceau e vi troverete il parco esattamente accanto.
Non è solo per passeggiare e riposarsi su di una panchina ma anche per chi, amante dello sport all’aria aperta vuole sfruttare il percorso del parco per fare jogging o utilizzare L’area per fare ginnastica o pattinare. Rilassante, romantico, circondato da eleganti edifici. Troverete varie sculture disseminate qua e là, una piramide egizia, un menhir druido, un carousel, una grotta artificiale con piccola cascata, un ponticello delizioso e un antico colonnato che si riflette nel lago. Ci sono piante anche rare, ciliegi e fiori colorati.

Lo stile del parco è quello anglo-cinese, molto diffuso nel Settecento: boschi, labirinti, sentieri, prati sono disseminati da copie di monumenti in rovina, statue in marmo, tombe e strutture architettoniche che, sebbene molto diverse tra loro, creano un insieme armonico.

All’interno del Parco Monceau possiamo ammirare un minareto, le false rovine di un castello gotico e di un tempio dedicato a Marte, un lago artificiale alimentato da due ruscelli e circondato da colonne corinzie, una pagoda cinese, una fattoria svizzera, un mulino olandese, un obelisco, il Pavillon de Chartres (un padiglione in stile neoclassico), una Naumachia (cioè, un bacino d’acqua che gli antichi romani costruivano per organizzare battaglie navali) e, nascosta tra la vegetazione, una Piramide. Si tratta di una costruzione in pietra con due figure egizie che incorniciano la porta e che sono il simbolo massonico dell’immortalità. Sul un lato della piramide c’è una piccola feritoia che sembra un passaggio segreto. Si crede, infatti, che la costruzione nasconda un locale sotterraneo.

Ci sono altri simboli massonici su questa piramide: le file di mattoni sono 39, 13 x 3, ovvero due numeri della simbologia massonica; intorno alla base ci sono due anfore in bassorilievo che, nel linguaggio massonico, sono un simbolo propiziatorio, mentre a metà altezza un altro bassorilievo raffigura un tempio con il tetto triangolare. La piramide vive nell’anonimato poiché non riporta alcuna indicazione sulla sua origine e sul suo simbolismo. Non troviamo targhe neanche nelle vicinanze che ne spieghino l’origine o ne rivelino l’autore.

In realtà, grazie alla storia, sappiamo che il parco fu commissionato nel 1769 da Philippe d’Orléans, Duca di Chartres, cugino del Re Luigi XVI e massone. Philippe d’Orleans, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia e creatore, nel 1774, della Loggia di St. Jean de Chartres à l’Orient de Monceau, affidò i lavori di costruzione del Parco a Louis Carrogis, detto Carmontelle, architetto, drammaturgo, paesaggista e organizzatore delle feste reali, anch’egli massone.

Probabilmente a lui si deve la costruzione della piramide, nel 1778. Voluta da Philippe d’Orléans, la piramide potrebbe conservare, insieme ad altri segreti, la simbologia del primo disegno atlantico della Libera Muratoria, un’associazione massonica a tutti gli effetti, con tutte le sue particolarità iniziatiche ed esoteriche.

Quando il duca d’Orléans fu giustiziato nel 1793, il giardino fu espropriato e passò a diversi proprietari fino a essere abbandonato. Solo grazie al piano di ristrutturazione urbanistica di Napoleone III, il parco riprese vita e fu inaugurato nel 1861.

Parco Monceau 35 Boulevard de Courcelles, 75008 Paris
Metro: Monceau

Olympe de Gouges e la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791)

La democrazia, lo Stato di diritto, gli Stati parlamentari, la libertà di critica e di espressione, di satira, non le ha mica portate “la cicognia”. Qualcuno ha lottato, ha combattuto, è morto o è stato imprigionato, ha cospirato, per far si’ che alcune società chiuse come erano quelle dell’Acien Régime, divenissero società aperte. Società, cioé dove in modo pluralistico fosse ammesso il dissenso, dove soprattutto gli esseri umani fossero riconosciuti cittadini con diritti e non più sudditi.

Olympe de Gouges fu una rivoluzionaria francese che scrisse nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, contestando ai rivoluzionari francesi maschi, che in realtà quell’Uomo e Cittadino della dichiarazione del 1789, non era Uomo del senso di genere umano, ma era prassi di nuove attribuzioni ai maschi di cittadini e non più di sudditi, mentre le donne rimanevano indietro – secondo lei- in questa rivendicazione di nuovi diritti. Olympe de Gouges fini’ poi ghigliottinata nel 1793 per mano dei terroristi giacobini. Le sue ultime parole furono: «Le donne avranno pur diritto di salire alla tribuna, se hanno quello di salire al patibolo».

olympe-de-gouges

 

Da decretare all’Assemblea nazionale nelle sue ultime sedute
o in quelle della prossima legislatura

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di essere costituite in Assemblea nazionale.

Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna, sono le uniche cause di malessere pubblico e della corruzione dei governi, esse hanno deciso di esporre in una dichiarazione solenne, i diritti naturali inalienabili e sacri della donna, di modo che tale dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri della società, ricordi continuamente ad essi i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere comparati in ogni momento con le finalità di qualsiasi istituzione politica, ne escano maggiormente rispettati, affinché le rivendicazioni dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, siano sempre orientate verso il mantenimento della costituzione, della morale e del benessere di tutti.

Di conseguenza, il sesso superiore, per bellezza e anche per coraggio nelle sofferenze materne, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere supremo, i Diritti seguenti della Donna e della Cittadina.

Articolo 1
La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Articolo 2
Lo scopo di tutte le associazioni politiche è quello di conservare i diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

Articolo 3
Il principio di sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, che non è altro che l’unione della Donna e dell’Uomo : nessun corpo, nessun individuo, può esercitare l’autorità che non emani espressamente dalla Nazione.

Articolo 4
La libertà e la giustizia consistono nel rendere agli altri tutto ciò che a loro appartiene ; così, l’esercizio dei diritti naturali della donna non ha altri limiti che la perpetua tirannia che l’uomo le contrappone. Questi limiti devono essere riformati in base alle leggi della natura e della ragione.

Articolo 5
Le leggi della natura e della ragione proibiscono tutte le azioni nocive alla società; tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere vietato e nessuno può essere costretto a fare quello che non è da esse prescritto.

Articolo 6
La legge deve essere l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini e le cittadine devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione. La legge deve essere uguale per tutti: tutti i cittadini e tutte le cittadine essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammessi a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, in relazione alle loro capacità, e senza altre distinzioni se non quelle delle loro virtù e dei loro talenti.

Articolo 7
Nessuna donna fa eccezione. Ella sarà accusata, arrestata e detenuta nei casi previsti dalla legge. Le donne ubbidiscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

Articolo 8
La legge deve prevedere solo pene strettamente e evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata precedentemente al delitto e legalmente applicata alle donne.

Articolo 9
A qualsiasi donna dichiarata colpevole, si applica tutto il rigore previsto per legge.

Articolo 10
Nessuno deve essere perseguito per le sue opinioni, anche quelle fondamentali. La donna ha il diritto di salire sul patibolo; ella deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna, purché le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

Articolo 11
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei più preziosi diritti della donna, poiché questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni cittadina può dunque dire liberamente “sono la madre di un bambino che vi appartiene”, senza che un barbaro pregiudizio la obblighi a nascondere la verità; salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi stabiliti dalla legge.

Articolo 12
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina necessita una maggiore utilità ; questa garanzia deve essere istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di quelle a cui essa è affidata.

Articolo 13
Per il mantenimento della forza pubblica e per le spese dell’amministrazione, i contributi versati dalla donna e dall’uomo sono uguali; la donna partecipa a tutti i compiti, a tutti i lavori ingrati; deve dunque avere la stessa parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, degli incarichi, delle dignità e dell’industria.

Articolo 14
Le cittadine e i cittadini hanno loro stessi, o i loro rappresentanti, il dovere di constatare la necessità della contribuzione pubblica. Le cittadine non possono aderirvi se non qualora si ammetta una uguale ripartizione, non soltanto del patrimonio, ma anche dell’amministrazione pubblica e hanno il diritto di determinare l’aliquota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell’imposta.

Articolo 15
La massa delle donne, coalizzate per la contribuzione fiscale a quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione a qualsiasi agente pubblico.

Articolo 16
Una società, nella quale non viene assicurata la garanzia dei diritti, né determinata la separazione dei poteri, non ha di fatto una costituzione. La costituzione è nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha cooperato alla sua redazione.

Articolo 17
Le proprietà sono di tutti i sessi riuniti o separati. Tutti hanno un diritto inviolabile e sacro alla proprietà. Nessuno ne può essere privato in quanto patrimonio vero della Natura, a meno che non lo esiga in maniera evidente la necessità pubblica, accertata legalmente, e a condizione di un giusto e preventivo indennizzo.

 

Il mese di marzo in sardo

MARTU in sardo è il mese di ‘Marzo’, corrotto in Martzu per voga italianistica. Questo è nome mediterraneo, comune agli antichi Sardi ed anche ai Latini, che in un secondo tempo conquistarono l’isola.
Nell’indagine etimologica dobbiamo fare attenzione ad ogni aspetto contraddittorio nelle nomenclature. Ad esempio, è contraddittorio, prima che eccessivo, che gli antichi Sardi (e pure gli antichi Romani) intestassero al dio latino Marte sia il Martedì sia il mese di Marzo. E’ ovvio che tale nome-doppione è una paronomasia, ossia è un comodo adagiarsi su fono-semantemi seriori, dopo che si era perduto l’arcaico significato dei nomi dell’uso millenario. Per i Sardi questo doppione è doppiamente sospetto, perché in Sardegna si parlava lingua semitica ed era praticamente impossibile che, prima dell’invasione romana, preesistessero addirittura due nomi calendariali intestati a un dio del Nemico. Occorre pertanto raddrizzare il vero significato sia dell’attuale Martedì sia dell’attuale Marzo. In sardo per Martedì abbiamo MARTI, con le varianti fonetiche note. Base etimologica è l’accadico m?rtu ‘figlia’. Con tutta evidenza, quas’indica un pianeta che oggi non riusciamo facilmente a inquadrare (penso però al pianeta Venere il quale, abbinandosi sempre al sorgere e al tramonto del Dio Sole, evidentemente fu sempre considerato come la Figlia del Sole, né più né meno come avvenne nella religione greca e romana: Venus figlia di Zeus-Giove). I Romani non avevano la parola m?rtu (figlia) ma avevano la parola M?rs (Marte), la quale si basa sul sum. ma? ‘alto, eccelso, importante’ + akk. r?šû ‘ricco, benestante’, la cui unione ma?r?šû portò nei secoli alla semplificazione romana M?rs. Questo fu il nome che i Romani diedero al dio della guerra. Infatti va notato un fatto non marginale, che nell’alta antichità erano adatti alla guerra soltanto i giovani di famiglia ricca (r?šû), capaci non soltanto d’acquistare il cavallo ed i costosi strumenti bellici (all’origine della siderurgia, una spada di ferro costò molto più di una spada aurea di pari peso), ma di dedicarsi quotidianamente ad estenuanti esercizi che li rendevano idonei alla battaglia. Quindi sembra ovvio che il dio romano della guerra abbia avuto un nome primitivo così azzeccato: ‘grande e ricco, forte e ricco’. Anche il nome mediterraneo MARTU ‘Marzo’ fu interpretato dai Romani come riferito al dio Mars, Martis, e Martius fu l’aggettivale che a un certo punto prevalse. In realtà, così come succedeva per gli altri mesi, anche questo era stato legato, com’era solito nei tempi preromani, ai momenti cruciali che segnano le tappe annuali della sopravvivenza. Il mese aveva il nome dall’accadico marû ‘ingrassare (con le nuove erbe di fine inverno)’, da cui m?r?tu ‘tecnica d’ingrasso’.

di Salvatore Dedola (Linguista e glottologo)

Humanité humanitaire/Umanità umanitaria

Il 10 febbraio Cédric Herrou è stato condannato dal tribunale di Nizza a una multa di tremila euro con la condizionale per aver aiutato alcuni profughi a passare il confine tra Italia e Francia. È stato assolto da altri capi d’accusa tra cui aver ospitato i profughi in centri inidonei e aver favorito la circolazione di migranti irregolari, reati per i quali rischiava fino a otto ani di carcere.

Per alcuni è un eroe, per altri un delinquente. Ma per tutti, Cédric Herrou è ormai un simbolo dell’aiuto ai migranti nella valle della Roia, una enclave montana stretta tra l’Italia e la Francia

Cédric Herrou è nato a Nizza ed è cresciuto nel quartiere popolare dell’Ariane. “Andavo a scuola insieme ad arabi e neri”, ricorda. “Ho imparato a non fare caso al colore delle persone”. A casa lui e il fratello condividevano “i giocattoli, la tavola, la casa e i genitori con quindici bambini abbandonati (dati in affidamento dai servizi sociali)”, ha scritto sua madre in una lettera al procuratore. In questa famiglia accogliente il padre, rappresentante di prodotti per la pulizia, lavorava per “mandare avanti la baracca” e andare “in vacanza una volta all’anno”.

Dopo aver ottenuto un diploma da perito meccanico, Herrou è partito per sei mesi all’avventura, viaggiando dalla Spagna al Senegal. Il rientro in Francia è stato difficile. Gli screzi con il fratello e i genitori si moltiplicavano. Herrou ha dormito in macchina per mesi, per poi comprarsi “un pezzo di terra abbandonato e una casa in rovina” a Breil-sur-Roya. Non ha più lasciato quella valle. “Era il mio sogno fin da bambino: una capanna, un albero, degli animali. Qui ho trovato degli amici e uno stile di vita”.

Il ragazzo di città si è adattato subito all’archetipo del contadino anticonformista. Si è messo a produrre olio, paté di olive e uova, guadagnando seicento euro al mese. Ha ampliato la casa, si è dedicato all’arrampicata e ha adottato il look berretto, maglione e scarpe da montagna che non ha più abbandonato, neanche davanti ai giudici.

cedric-herrou

Quasi 180.000 migranti sono arrivati sulle coste italiane nel 2016, un anno record. Una parte di loro, per lo più sudanesi, eritrei e afgani sono arrivati a Ventimiglia per cercare di andare in Francia. Amnesty Internation Francia ha denunciato il rinvio quasi sistematico verso l’Italia di questi migranti arrivati nel sud-est della Francia senza esame della loro situazione, contrariamente a quanto previsto dalla legge.

“Dal momento in cui la dignità di un essere umano, chiunque esso sia, con permesso o senza permesso (di soggiorno) non ha importanza, dal momento che una persona è in una situazione di pericolo di vita o di dignità umana, la legittimità è quella di stare vicino a questa persona e non esiste legge che può essere sopra di questo “.

Près de 180.000 migrants sont arrivés sur les côtes italiennes en 2016, une année record. Une partie d’entre eux, majoritairement soudanais, érythréens et afghans, monte à Vintimille pour tenter de passer en France.
Amnesty International France a dénoncé le renvoi quasi-systématique vers l’Italie de ces migrants arrivés dans le sud-est de la France, sans examen de leur situation, contrairement à ce qui est prévu par la loi.

“à partir du moment où la dignité d’un être humain quoique qu’il soit, papier un sans papier n’a pas d’importance, à partir du moment une personne se trouve dans une situation de mettre en danger soit sa vie, soit sa dignité humain, la légitimité est d’être à coté de cette personne et il n’y a aucune loi qui peut être au dessus de ça”.

Fonti:

http://www.internazionale.it/notizie/mathilde-frenois/2017/02/10/cedric-herrou

http://www.huffingtonpost.fr/2017/02/09/a-paris-les-delinquants-solidaires-se-mobilisent/

http://videos.leparisien.fr/video/des-delinquants-solidaires-rassembles-a-paris-09-02-2017-x5b6aav#xtref=https%3A%2F%2Fwww.google.fr%2F